Abbiamo già parlato, in un precedente articolo del nostro Giornale, di quanto la superstizione sia presente nella vita di un player, benché lui si sforzi di dire sempre il contrario.

Abbiamo visto che mette il suo zampino nella scelta di un capo piuttosto che di un altro per l’abbigliamento di un torneo, nel modo di spillare le carte ed in tutta una serie di rituali compiuti dai giocatori al tavolo, di volta in volta diversi.

Oggi esploriamo proprio questi gesti, rituali se vogliamo, che sembrano essere ancora molto presenti: nonostante i giocatori dovrebbero essere portavoci di scelte dovute a calcoli matematici freddi e scientifici, in realtà essi risultano ancora facilmente condizionabili dall’attribuire un valore alla fortuna e alle cose.

Sin dalla scelta del posto e alla presenza del card protector: già queste semplici mosse tradiscono l’importanza attribuita alla dea bendata.

Pensate che il ferma-fiches di Doyle Brunson, chiamato Casper (che poi altro non era che uno zippo con logo dei Ghostbuster) è stato addirittura affittato nel corso delle World Series of Poker per la modica cifra di 200 dollari.

In seguito è stato acquistato per 3.500 $ dal giocatore professionista Howard Lederer a condizione che Doyle Texas Dolly Brunson possa tenerlo fino alla sua morte.

Nonostante Joseph Conrad sia stato chiaro dicendo

E’ tipico di un uomo privo di esperienza non credere nella fortuna

i giocatori sembrano proprio non volerne sapere e continuano inesorabili a portare feticci al tavolo, cambiare di posto, indossare la stessa maglietta per giorni.

A cosa serve tutto ciò?

La risposta è abbastanza semplice, a nulla, ma nonostante si abbia consapevolezza dell’inutilità di quello che si sta facendo, la nostra componente emotiva e irrazionale ama pensare di poter, in questo modo, controllare e dare un senso a ciò che non ne ha, ovvero il caso.

Continuiamo con gli esempi: ad alcune convinzioni legate al binomio fortuna-poker davvero si stenta a credere, eppure ci sono e qualcuno le ha “tramandate”.

Pare infatti sia opinione diffusa che indossare qualcosa di sporco nel proprio abbigliamento possa portare fortuna al tavolo verde, che i piedi dell’avversario seduto accanto a noi al tavolo sulla nostra sedia possano invece portar male al nostro gioco.

Si continua poi con le chiavi sul tavolo, assolutamente sconsigliate, e al rosso che invece pare portare bene.

Pensate quanto sia radicata l’idea della buona/mala sorte: Johnny Chan, vincitore delle WSOP 1998, giocava annusando un’arancia. Lo faceva per coprire l’odore di fumo nella poker room, ai tempi in cui era ancora consentito fumare durante il gioco.

Dopo la vittoria chiaramente il frutto è divenuto portatore di fortuna e da quel momento ha continuato ad accompagnare il player al tavolo, anche dopo, quando il fumo è stato bannato dalle poker room.

Non solo: Chan ha fatto addirittura scuola e, dopo il suo secondo titolo consecutivo WSOP, molti hanno seguito il suo esempio portandosi un’arancia al tavolo.

In effetti il tema frutta pare sia molto presente: tutti ricorderanno oltre alla famosissima arancia di Chan, i mirtilli di Jamie Gold.

Ma anche un altro campione del Main Event WSOP aveva un frutto preferito: Tom McEvoy, che si è mangiato una mezza dozzina di mele durante il Main Event del 1983, da lui poi vinto. Anche in questo caso un po’ di persone dopo il risultato hanno inviato a desiderare di mangiare mele al tavolo.

Per la serie “Non è vero…ma ci credo”…

Articolo di Romina D’Agostino per Il Giornale del Poker

 

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