Il poker è un gioco nel quale coesistono abilità e probabilità: per quanto si sia abili, la probabilità influenza l’andamento e l’esito finale della partita.

Il giocatore di poker si trova a fronteggiare sempre il fattore incertezza.

Il training per giocare a poker comporta l’apprendimento di regole e strategie, che sono il lato logico e scientifico del mondo poker. Durante questo training ben presto il giocatore si trova a dover fronteggiare anche le proprie emozioni.

Il gioco, infatti, stimola sia la nostra sfera emotiva (paura, gioia, tristezza, rabbia, frustrazione, per citarne solo alcune), sia la sfera cognitiva (prendere decisioni, regolare il comportamento, utilizzare capacità come la memoria, l’attenzione e il linguaggio).

L’incertezza insita nel gioco origina una dose di stress nel giocatore, che mette in atto delle strategie per affrontare stress e incertezza. Il modo in cui affrontiamo l’incertezza e l’avversità è detto nella psicologia cognitivo-comportamentale “stile di coping”.

Con il termine coping ci si riferisce agli sforzi cognitivi e comportamentali messi in atto per gestire situazioni stressanti che richiedono di essere risolte.

Esistono diversi modi di affrontare queste situazioni. Alcuni sono più centrati sull’emozione che proviamo e dunque gli sforzi del giocatore saranno centrati maggiormente sul gestire l’emozione che sperimenta durante il gioco.

Le strategie di riduzione della tensione fanno parte di questo gruppo.

Altri modi di coping si focalizzano sul problema e utilizzano le risorse cognitive e comportamentali per risolverlo. Il problem solving è un tipico esempio di coping orientato sul problema.

Uno dei modi per fronteggiare le emozioni durante il gioco è l’utilizzo del pensiero magico: una modalità di pensiero nella quale vengono invocate forze magiche e mistiche, le quali danno vita agli oggetti, rendendoli animati e forniti di intenzionalità (Lévy-Bruhl, 1966).

Secondo alcuni studiosi, questa modalità è tipica del modo infantile di pensare, se ci riferiamo all’individuo, e dello stadio primitivo, se consideriamo l’evoluzione dell’umanità (Piaget, 1955; Miller, 1983). Anche da adulti possiamo ricorrere al pensiero magico.

In questo modo di pensare attribuiamo un nesso di causa-effetto ad eventi e azioni che in realtà non lo hanno. Per esempio, quando il semaforo è rosso e pensiamo “adesso conto fino a tre e diventa verde!”.

Questo tipo di correlazione può avvenire anche in caso che le conseguenze siano negative per noi, per esempio quando ci convinciamo che se compiamo certe azioni o elaboriamo certi pensieri, allora avremo punizioni o effetti dannosi.

Anche nel poker online i giocatori ricorrono al pensiero magico. Quando si è all in preflop, si vedono uscire in sequenza a pochi secondi le carte del flop, del turn e del river. “Chiamare le carte” che servono per vincere, è un tipico esempio dell’uso del pensiero magico.

Questo comportamento presuppone non solo che le carte, o il mazzo di carte, possano sentirci, ma anche che abbiano una intenzionalità che noi possiamo influenzare e una capacità di eseguire un’azione (uscire o rimanere nel mazzo).

Ecco il pensiero magico!

Anche chiamare le carte non rilevanti per non perdere o addirittura chiamare proprio quelle che farebbero perdere sono esempi di utilizzo del pensiero magico.

Quando chiamiamo quelle che farebbero perdere, assistiamo ad un passaggio in più nel ragionamento magico: da “se chiamo qualcosa di positivo per me, arriva” a “se chiamo qualcosa di negativo per me, non arriva”.

Questa strategia può aiutare il giocatore ad avere un controllo sulle emozioni: l’illusione di poter esercitare un’influenza sull’andamento di ciò che invece è del tutto legato alla probabilità (randomizzazione delle carte), può essere utile per gestire temporaneamente l’ansia, generata invece proprio dalla consapevolezza dell’incertezza insita nel gioco.

Scienza e magia: pensiero logico e pensiero magico possono così convivere nello stesso giocatore, non importa quanto abile sia nel gioco del poker.

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Dott. Mauro Schiavella

Biblio

De Martino E. (1948), Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo, Boringhieri, Torino.

Giusberti F. – Nori R. (2000), “Il pensiero quasi-magico”, in Psicologia Contemporanea, 160, 50-55.

Lévy-Bruhl L. (1966), La mentalità primitiva, Einaudi, Torino.

Miller P. H. (1983), Teorie dello sviluppo psicologico, Il Mulino, Bologna.

Piaget J. (1955), La rappresentazione del mondo nel fanciullo, Einaudi, Torino.

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